. The Hole - Il Buco .

 

 

Titolo Originale: Dong
Titolo Italiano: The Hole - Il buco
Regia: Ming-liang Tsai
Scritto Da: Ming-liang Tsai - Pi-ying Yang

Paese: Taiwan / Francia

Durata: 1h 35min
Anno: 1998

Cast:

Kang-sheng Lee ... Donna al piano di sotto

Kuei-Mei Yang ... Uomo al piano di sopra

Hui-Chin Lin ... Vicino

Lin Kun-huei... Bambino

Tien Miao ... Cliente del Market

Hsiang-Chu Tong ... Idraulico

 

 

Sito ufficiale: ---

Trailer: ---

 

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Taiwan. Il duemila è alle porte e la città non lo vive bene. piove incessantemente da giorni e una strana epidemia si sta espandendo. Chi viene colpito è spinto a dimenarsi a terra cercando umidità e buio e per questo viene chiamata la malattia degli scarafaggi  (e probabilmente proprio questi animali la diffondono). Per convincere gli abitanti di alcune zone ad abbandonare le proprie case per bloccare l'epidemia, vengono interrotti i servizi assistenziali. In un palazzo di una di queste zone si svolge la vicenda. Un uomo si ostina ad aprire il suo negozietto nonostante oramai non ci sia più nessuno. Un mattino viene svegliato da un idraulico chiamato dalla donna che abita di sotto per una perdita. Il problema non si risolve ma l'idraulico lascia un bel buco nel pavimento dell'uomo che comincia così a spiare la donna. Un giorno però la donna si ammala...

Il film è quasi del tutto muto a parte i videoclip in stile musical che costellano la vicenda dando voce ai sentimenti più intimi dei protagonisti. La pellicola mette in luce la solitudine in un mondo che cambia e si ammala. Un film lento e pieno di silenzi ossessivi. Il fatto che manchino del tutto i nomi dei personaggi sembra dare ancora più peso alle vite in solitudine e all'indifferenza assoluta del mondo decadente che li circonda. Una regressione allo stato animale. Un film molto cupo ma che con il gesto finale del ragazzo ci lascia con una speranza. Un passo verso l'altro e due solitudini possono incontrarsi e formare qualcosa di nuovo.

[Reppy - Cine Maniacs]

 

Premi:

Cannes Film Festival

1998  - Won - FIPRESCI Prize - Competition - Ming-liang Tsai
1998  - Nominated - Golden Palm - Ming-liang Tsai

 

Chicago International Film Festival

1998  - Won - Gold Hugo - Best Film - Ming-liang Tsai

 

Fantafestival

1998 - Nominated - Grand Prize of European Fantasy Film in Gold - Ming-liang Tsai

 

Singapore International Film Festival

1999 - Won - Silver Screen Award - Best Asian Actress - Kuei-Mei Yang
1999 - Won - Silver Screen Award - Best Asian Director - Ming-liang Tsai
1999 - Won - Silver Screen Award - Best Asian Feature Film - Ming-liang Tsai

 

Sitges - Catalonian International Film Festival

1998 - Won - Grand Prize of European Fantasy Film in Silver - Ming-liang Tsai
1998 - Nominated - Best Film - Ming-liang Tsai

 


 

Recensioni dalla Rete:

La ragazza parla dolce e sommessa al telefonino, fingendo di avere un interlocutore che non c'è. Il ragazzo si distende a terra, accanto a un buco aperto nel pavimento, piano piano lo dilata, lo allarga, vi introduce una gamba, lascia penzolare un piede nel vuoto: il gioco ozioso e solitario occupa appena pochi istanti di un tempo illimitato. La ragazza è malata. Il ragazzo piange. Metafora sulla solitudine e sull'inquinamento terminale del mondo, The Hole (Il buco) è raccontato alla maniera bellissima, quasi muta, lenta, decadente e ultracontemporanea, di Tsai Ming-liang, l'ammirato e premiatissimo regista quarantenne di Vive l'amour e de Il fiume. L'acqua, l'incomunicabilità, la desolazione impenetrabile, vorticosa, oscura, caratterizzano il suo cinema, e The Hole, molto riuscito, è coerente al talento e ai temi dell'autore, con una variante: le tragiche ore vuote dei due protagonisti sono intervallate da brillanti numeri musicali di balletti e canzoni Anni Cinquanta rifatti nello stile dei musical all'americana dominanti all'epoca nel cinema di Hong Kong. Nella storia, mancano sette giorni al Duemila. Piove fortissimo, senza sosta. A Taiwan si diffonde una malattia misteriosa, un'epidemia devastante: le autorità ordinano l'evacuazione di intere zone, annunciano che l'erogazione dell'acqua verrà sospesa e i rifiuti non verranno più rimossi. In un grande edificio, un ragazzo e una ragazza rifiutano di lasciare i loro appartamenti. Lui, nell'appartamento sovrastante, contempla e sperimenta un buco nel pavimento lasciato aperto dall'idraulico e attraverso il buco spia lei che nell'appartamento sottostante accumula un'enorme riserva di carta igienica. Continua a piovere. Ciascuno chiuso nel proprio isolamento muto e profondo, i due mangiano, dormono, rimangono inerti, sopportano male la forte umidità. Ciascuno spia i rumori dell'altro. Piove sempre. In lei si manifestano i segni della malattia sconosciuta, ha la febbre, suda, smania. Quando sta molto male, dal buco sul soffitto la mano di lui s'allunga a porgerle un bicchier d'acqua, poi si tende e lei s'aggrappa, viene tirata su: non sono più soli. Le parentesi musicali incongrue, eleganti e divertenti pare siano dovute a motivi pratici. The Hole è uno dei film d'autore della serie Il 2000 visto da... realizzata per la televisione dalle produttrici Carole Scotta e Caroline Benjo: i piccoli show sciocchi e briosi sarebbero stati ideati e inseriti per allungare il film oltre la misura televisiva di 58 minuti. In ogni caso sono raffinati e spiritosi, e come il resto del film risultano molto bene interpretati da Lee Kang-sheng e Yang Kwei-mei, che erano già i protagonisti di Vive l'amour.

[La Stampa]

 

Taiwan, 7 giorni al 2000. Nella città, vittima di un virus portato dagli scarafaggi e martoriata da una pioggia incessante, vivono a pochi metri di distanza le solitudini di un uomo e di una donna che non si sono mai nemmeno sfiorate. L'intervento di un idraulico, per una perdita d'acqua che rischia di sgretolare passo dopo passo l'appartamento di lei, provoca nel pavimento di lui un buco di pochi centimetri di diametro, sufficiente però per stabilire un primo forzato contatto, senza parole, fatto di gesti impulsivi e discontinui.
Senza svelare il buon finale, soffermandoci sul fascino di alcuni momenti, sul clima surreale e claustrofobico del condominio contaminato e sul ritmo inesorabile della pioggia, nonché sulla bellezza ambigua dei protagonisti, resta poco altro per cui gioire e giubilare. Almeno di contro all'entusiasmo smoderato durante e dopo l'infelice esperienza della Croisette, segnata dall'inatteso ritorno a mani vuote: una quasi generale esaltazione per un film tanto programmaticamente lento da risultare alla fine assai più sadico di quanto non sia fumoso. Senza dimenticare che quei cinque siparietti musicali, azzeccati una tantum nel corso della sfibrante sagra dell'incomunicabilità, sono stati inseriti in un secondo momento, per motivi brutalmente pratici: come a dire, avremmo potuto perdere veramente il meglio, il trionfo della leggerezza coscientemente cafona dell'altro capo del mondo, le coreografie e i motivetti deliziosi ricamati tra sipari e abiti di carta increspata coloratissima sugli stessi sfondi miserabili della vicenda. Un full raffinatissimo che esplora le potenzialità visive del regista in un modo diverso e, riteniamo, più esemplare del suo Oriente bressoniano.

[Tempi Moderni]

 

Con "The Hole" il regista dimostra una grande maturità rispetto una capacità compositiva che pochi cineasti contemporanei possiedono. Accusato soprattutto di esibire esercizi di stili, appesantiti da una lunghezza-lentezza insostenibili anche per lo spettatore più paziente, in realtà il regista taiwanese si limita a filmare la condizione dell'umanità alla fine di questo secolo. I dialoghi, le parole sono pressoché assenti e gli unici suoni che spezzano la desolazione silenziosa dell'edificio sono quelli della radio o della televisione, che trasmettono drammatici bollettini sull'epidemia. In questa prospettiva da diluvio universale, da apocalisse di fine millennio, un uomo e una donna si ritrovano soli eppure con la possibilità di avvicinarsi l'uno all'altra, di solidarizzare, forse per superare una realtà sempre più opprimente.
L'ossessione per l'acqua è un elemento fondamentale per avvicinarsi al cinema di Tsai Ming-Liang; la degradazione dei personaggi e degli ambienti sicuramente un altro carattere della sua filmografia. Ma anche in quest'opera, come soprattutto nel precedente "Il Fiume", c'è una grande carica ironica, collocata in alcuni momenti precisi. Con i suoi intermezzi musicali coloratissimi ed una storia d'amore che probabilmente nasce sotto gli occhi dello spettatore, "The Hole" segna allora una piccola svolta nella filmografia del regista, se non altro per un approccio più ottimista al tema dell'incomunicabilità. Lo stile è ancora quello dei lunghi piani sequenza, della rinuncia ai dialoghi, dell'eloquenza delle immagini, ma stempera la durezza del film precedente e si trasforma in strumento di ironica riflessione sull'indifferenza tra gli individui.
"Vive l'amour" (secondo lungometraggio del regista), "Il fiume" e "The Hole - Il buco" sembrano costituire una trilogia con la quale Tsai Ming-Liang affronta con coerenza stilistica l'aridità dei rapporti interpersonali, dell'impossibilità di lasciar fiorire i sentimenti, sullo sfondo di una città, che perde progressivamente i connotati di città reale e diventa simbolo di qualsiasi realtà metropolitana in cui milioni e milioni di persone vivono.
Possiamo così considerare Tsai Ming-Liang un moderno "autore", nel senso più classico del termine, la cui concezione di cinema, appare molto influenzata da registi come Antonioni, Fellini, Bresson, Truffaut, Fassbinder. Un autore che dà forma alla sua materia per mezzo di uno stile essenziale, straniante, coraggioso, personalissimo, fatto di poche parole e tante immagini. Così com'era stato concepito in origine il cinema.

[Cinema Del Silenzio]

 

Taiwan. Sette giorni al duemila. Un ragazzo si mette in contatto con la vicina del piano di sotto, dopo che un idraulico ha lasciato un buco nel pavimento dell’appartamento del ragazzo. Tutto questo quando scoppia un’insolita epidemia, che costringe le persone a comportarsi come scarafaggi. Quanto è lontano, e allo stesso tempo vicino, il cinema orientale. Ci stiamo avviando verso un progressivo assorbimento della cultura e del cinema orientale, stiamo scoprendo ciò che sembra essere stato perso in Occidente, un cinema d’autore che mina le basi stesse del cinema tradizionale, una fusione di sguardi. Perché affascina il cinema orientale? Perché ad un occhio impersonale che approfondisce temi esistenziali e non, si lega una cultura ed una tradizione così opposta alla nostra, da sembrarci agli antipodi, espressione che sta al di là dello specchio su cui noi stessi ci specchiamo, e che permette di fornirci una visione del tutto originale e differente dei temi normalmente trattati. Così si scopre Kitano, si scopre il cinema di Wai Wong, Yimou, e per l’appunto Tsai Ming Liang. Questo autore pluripremiato, ha esordito con il Leone d’oro, si è fatto conoscere in tutta Europa, ad ogni film migliora sempre di più. Le sue prime opere  sono risultati mediocri, ma che premettono buone speranze. A dimostrazione di tali aspettative viene appunto “The hole” ( la conferma definitiva ci sarà con l’ultimo “Che ora è laggiù?”). Ottima pellicola, questo “The hole”, espressione velata di un irrimediabile pessimismo di fondo, ma non disperato. In una Taiwan perennemente piovosa, si disegna la storia di due solitudini in incontro, in un mondo di totale indifferenza, di assoluta mancanza di altruismo, dove l’uomo tende verso un’animalità inconsueta, verso la preferenza al buio e all’umido dei luoghi dove vivono gli scarafaggi. La mancanza dei nomi dei protagonisti, e di tutti i personaggi del film, non fa altro che accentuare questa condizione di anonimità e di assoluta estraneità nei confronti del mondo. Perché Ming Liang ci propone un mondo triste, sporco, silenzioso e lo fa con uno stile che a tratti ricorda Antonioni. Un Antonioni rivisitato ed aggiornato al duemila, un occhio malinconico, indagatore, semplice (i movimenti di macchina sono ridotti all’essenziale) che tratteggia l’incontro di due persone, prima separate da un muro, e ora unite da un “buco”, stretto, angusto, antiestetico, ma assolutamente fondamentale, un buco che li unirà per sempre. E al silenzio quasi ossessivo, a cui si accompagna solo la voce della TV e il rumore della pioggia, si alternano piacevoli intermezzi musicali, allegorie dello stato emotivo della vicina. Può sembrare strano ma spesso è nella semplicità delle cose che si nasconde il sublime, e Ming Liang ce lo ha suggerito superbamente.

[Central Do Cinema]

 

Si tratta del quarto film diretto da Tsai Ming-Liang, nato in Malesia e trasferitosi nel 1977 a Taiwan, dove si è laureato in arte drammatica all'Università della cultura cinese. Anche in questo film il regista continua ad esplorare il suo tema preferito, quello della solitudine urbana. Come già ne "Il fiume" (uscito in Italia), anche questo film è utilissimo per capire a quale prezzo sia stato pagato il boom dell'economia taiwanese degli ultimi dieci anni. Attraverso la descrizione di due solitudini che lentamente si avvicinano, il film costruisce uno scenario angoscioso e straziato, la radiografia di un dolore dal quale i due riescono forse ad uscire, solo abbandonandosi al senso dell'amicizia come primo gradino verso il recupero di valori più forti. Film concepito come una cruda, realistica metafora, intercalato da omaggi ai musical di Hong Kong anni '50, da vedere, pur tra momenti validi ed altri un po' calligrafici, per il modo diretto con cui indica nelle ansie spirituali uno dei veicoli di comunicazione del prossimo futuro Utilizzazione: più che in programmazione ordinaria, il film si consiglia per proposte mirate, per affrontare tematiche legate alla degenerazione del tessuto sociale nelle megalopoli e all'idea dell'apocalisse di fine Millennio.

[Annuario FIlm]