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. The Hole - Il Buco .
Titolo Originale: Dong Paese: Taiwan / Francia
Durata: 1h 35min Kang-sheng Lee ... Donna al piano di sotto Kuei-Mei Yang ... Uomo al piano di sopra Hui-Chin Lin ... Vicino Lin Kun-huei... Bambino Tien Miao ... Cliente del Market Hsiang-Chu Tong ... Idraulico
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Il film è quasi del tutto muto a parte i videoclip in stile musical che costellano la vicenda dando voce ai sentimenti più intimi dei protagonisti. La pellicola mette in luce la solitudine in un mondo che cambia e si ammala. Un film lento e pieno di silenzi ossessivi. Il fatto che manchino del tutto i nomi dei personaggi sembra dare ancora più peso alle vite in solitudine e all'indifferenza assoluta del mondo decadente che li circonda. Una regressione allo stato animale. Un film molto cupo ma che con il gesto finale del ragazzo ci lascia con una speranza. Un passo verso l'altro e due solitudini possono incontrarsi e formare qualcosa di nuovo. [Reppy - Cine Maniacs]
Premi: Cannes Film Festival
1998 - Won - FIPRESCI Prize - Competition -
Ming-liang Tsai
Chicago International Film Festival 1998 - Won - Gold Hugo - Best Film - Ming-liang Tsai
Fantafestival 1998 - Nominated - Grand Prize of European Fantasy Film in Gold - Ming-liang Tsai
Singapore International Film Festival
1999 - Won - Silver Screen Award - Best Asian
Actress - Kuei-Mei Yang
Sitges - Catalonian International Film Festival
1998 - Won - Grand Prize of European Fantasy Film in Silver -
Ming-liang Tsai
Recensioni dalla Rete: La ragazza parla dolce e sommessa al telefonino, fingendo di avere un interlocutore che non c'è. Il ragazzo si distende a terra, accanto a un buco aperto nel pavimento, piano piano lo dilata, lo allarga, vi introduce una gamba, lascia penzolare un piede nel vuoto: il gioco ozioso e solitario occupa appena pochi istanti di un tempo illimitato. La ragazza è malata. Il ragazzo piange. Metafora sulla solitudine e sull'inquinamento terminale del mondo, The Hole (Il buco) è raccontato alla maniera bellissima, quasi muta, lenta, decadente e ultracontemporanea, di Tsai Ming-liang, l'ammirato e premiatissimo regista quarantenne di Vive l'amour e de Il fiume. L'acqua, l'incomunicabilità, la desolazione impenetrabile, vorticosa, oscura, caratterizzano il suo cinema, e The Hole, molto riuscito, è coerente al talento e ai temi dell'autore, con una variante: le tragiche ore vuote dei due protagonisti sono intervallate da brillanti numeri musicali di balletti e canzoni Anni Cinquanta rifatti nello stile dei musical all'americana dominanti all'epoca nel cinema di Hong Kong. Nella storia, mancano sette giorni al Duemila. Piove fortissimo, senza sosta. A Taiwan si diffonde una malattia misteriosa, un'epidemia devastante: le autorità ordinano l'evacuazione di intere zone, annunciano che l'erogazione dell'acqua verrà sospesa e i rifiuti non verranno più rimossi. In un grande edificio, un ragazzo e una ragazza rifiutano di lasciare i loro appartamenti. Lui, nell'appartamento sovrastante, contempla e sperimenta un buco nel pavimento lasciato aperto dall'idraulico e attraverso il buco spia lei che nell'appartamento sottostante accumula un'enorme riserva di carta igienica. Continua a piovere. Ciascuno chiuso nel proprio isolamento muto e profondo, i due mangiano, dormono, rimangono inerti, sopportano male la forte umidità. Ciascuno spia i rumori dell'altro. Piove sempre. In lei si manifestano i segni della malattia sconosciuta, ha la febbre, suda, smania. Quando sta molto male, dal buco sul soffitto la mano di lui s'allunga a porgerle un bicchier d'acqua, poi si tende e lei s'aggrappa, viene tirata su: non sono più soli. Le parentesi musicali incongrue, eleganti e divertenti pare siano dovute a motivi pratici. The Hole è uno dei film d'autore della serie Il 2000 visto da... realizzata per la televisione dalle produttrici Carole Scotta e Caroline Benjo: i piccoli show sciocchi e briosi sarebbero stati ideati e inseriti per allungare il film oltre la misura televisiva di 58 minuti. In ogni caso sono raffinati e spiritosi, e come il resto del film risultano molto bene interpretati da Lee Kang-sheng e Yang Kwei-mei, che erano già i protagonisti di Vive l'amour. [La Stampa]
Taiwan, 7 giorni al 2000. Nella città,
vittima di un virus portato dagli scarafaggi e martoriata da una pioggia
incessante, vivono a pochi metri di distanza le solitudini di un uomo e di
una donna che non si sono mai nemmeno sfiorate. L'intervento di un
idraulico, per una perdita d'acqua che rischia di sgretolare passo dopo
passo l'appartamento di lei, provoca nel pavimento di lui un buco di pochi
centimetri di diametro, sufficiente però per stabilire un primo forzato
contatto, senza parole, fatto di gesti impulsivi e discontinui.
Con "The Hole" il regista dimostra una
grande maturità rispetto una capacità compositiva che pochi cineasti
contemporanei possiedono. Accusato soprattutto di esibire esercizi di
stili, appesantiti da una lunghezza-lentezza insostenibili anche per lo
spettatore più paziente, in realtà il regista taiwanese si limita a
filmare la condizione dell'umanità alla fine di questo secolo. I dialoghi,
le parole sono pressoché assenti e gli unici suoni che spezzano la
desolazione silenziosa dell'edificio sono quelli della radio o della
televisione, che trasmettono drammatici bollettini sull'epidemia. In
questa prospettiva da diluvio universale, da apocalisse di fine millennio,
un uomo e una donna si ritrovano soli eppure con la possibilità di
avvicinarsi l'uno all'altra, di solidarizzare, forse per superare una
realtà sempre più opprimente.
Taiwan. Sette giorni al duemila. Un ragazzo si mette in contatto con la vicina del piano di sotto, dopo che un idraulico ha lasciato un buco nel pavimento dell’appartamento del ragazzo. Tutto questo quando scoppia un’insolita epidemia, che costringe le persone a comportarsi come scarafaggi. Quanto è lontano, e allo stesso tempo vicino, il cinema orientale. Ci stiamo avviando verso un progressivo assorbimento della cultura e del cinema orientale, stiamo scoprendo ciò che sembra essere stato perso in Occidente, un cinema d’autore che mina le basi stesse del cinema tradizionale, una fusione di sguardi. Perché affascina il cinema orientale? Perché ad un occhio impersonale che approfondisce temi esistenziali e non, si lega una cultura ed una tradizione così opposta alla nostra, da sembrarci agli antipodi, espressione che sta al di là dello specchio su cui noi stessi ci specchiamo, e che permette di fornirci una visione del tutto originale e differente dei temi normalmente trattati. Così si scopre Kitano, si scopre il cinema di Wai Wong, Yimou, e per l’appunto Tsai Ming Liang. Questo autore pluripremiato, ha esordito con il Leone d’oro, si è fatto conoscere in tutta Europa, ad ogni film migliora sempre di più. Le sue prime opere sono risultati mediocri, ma che premettono buone speranze. A dimostrazione di tali aspettative viene appunto “The hole” ( la conferma definitiva ci sarà con l’ultimo “Che ora è laggiù?”). Ottima pellicola, questo “The hole”, espressione velata di un irrimediabile pessimismo di fondo, ma non disperato. In una Taiwan perennemente piovosa, si disegna la storia di due solitudini in incontro, in un mondo di totale indifferenza, di assoluta mancanza di altruismo, dove l’uomo tende verso un’animalità inconsueta, verso la preferenza al buio e all’umido dei luoghi dove vivono gli scarafaggi. La mancanza dei nomi dei protagonisti, e di tutti i personaggi del film, non fa altro che accentuare questa condizione di anonimità e di assoluta estraneità nei confronti del mondo. Perché Ming Liang ci propone un mondo triste, sporco, silenzioso e lo fa con uno stile che a tratti ricorda Antonioni. Un Antonioni rivisitato ed aggiornato al duemila, un occhio malinconico, indagatore, semplice (i movimenti di macchina sono ridotti all’essenziale) che tratteggia l’incontro di due persone, prima separate da un muro, e ora unite da un “buco”, stretto, angusto, antiestetico, ma assolutamente fondamentale, un buco che li unirà per sempre. E al silenzio quasi ossessivo, a cui si accompagna solo la voce della TV e il rumore della pioggia, si alternano piacevoli intermezzi musicali, allegorie dello stato emotivo della vicina. Può sembrare strano ma spesso è nella semplicità delle cose che si nasconde il sublime, e Ming Liang ce lo ha suggerito superbamente.
Si tratta del quarto film diretto da Tsai Ming-Liang, nato in Malesia e trasferitosi nel 1977 a Taiwan, dove si è laureato in arte drammatica all'Università della cultura cinese. Anche in questo film il regista continua ad esplorare il suo tema preferito, quello della solitudine urbana. Come già ne "Il fiume" (uscito in Italia), anche questo film è utilissimo per capire a quale prezzo sia stato pagato il boom dell'economia taiwanese degli ultimi dieci anni. Attraverso la descrizione di due solitudini che lentamente si avvicinano, il film costruisce uno scenario angoscioso e straziato, la radiografia di un dolore dal quale i due riescono forse ad uscire, solo abbandonandosi al senso dell'amicizia come primo gradino verso il recupero di valori più forti. Film concepito come una cruda, realistica metafora, intercalato da omaggi ai musical di Hong Kong anni '50, da vedere, pur tra momenti validi ed altri un po' calligrafici, per il modo diretto con cui indica nelle ansie spirituali uno dei veicoli di comunicazione del prossimo futuro Utilizzazione: più che in programmazione ordinaria, il film si consiglia per proposte mirate, per affrontare tematiche legate alla degenerazione del tessuto sociale nelle megalopoli e all'idea dell'apocalisse di fine Millennio.
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