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. The Bridge - Il ponte dei suicidi .
Titolo Originale: The Bridge Paese: USA
Durata: 1h 33min
Sito ufficiale: http://www.thebridge-themovie.com/ - http://www.pontedeisuicidi.it/
Questo film può risultare molto discutibile. Lidea di piazzare delle telecamere e vedera la gente che si lancia senza fare nulla è rivoltante. La trouppe giura di aver chiamato la polizia quando vedevano dei comportamenti sospetti eppure hanno filmato per parecchio tempo Gene che andava avantie e indietro prima di lanciarsi... certo come sapere che si sarebbe buttato?!... e allora perchè fissarlo tanto a lungo?!... questo ad alcuni può far nascere il dubbio che sia tutto una finzione. Chissà. Eppure lo spettatore non potrà fare altro che pensare "chissà se si bitta, chissà quando si butta..." per poi ascoltare la lunga serie di commenti di famiglie che sembrano aver seguito un corso zen per la calma con cui parlano di un figlio ce si è lanciato... altri sono arrabbiati con chi ha compiuto il gesto... c'è chi si chiede se poteva fare di più e chi alla fine si è rassegnato. Insomma... un film che alla fine risulta più film che documentario e più documentario che film. Un ibrido che lascia la spiacevole sensazione che in realtà l'unica cosa che sia soddisfatta è la voglia di vouyerismo dello spettatore. Parlando del film in se stesso, risulta un prodotto piuttosto che però regala delle stupende inquadature di quel ponte "falsamente romantico" come viene definito da un'amica di uno dei suicidi. [Reppy - Cine Maniacs]
Recensioni dalla Rete: Il cinema molto spesso è questione di morale, soprattutto quando ha a che fare con un tema delicato come la morte. Proprio sul filo del rasoio, Eric Steel ha deciso di realizzare il suo "The Bridge - Il ponte dei suicidi", documentario nel quale mette in scena il prima, il durante e il dopo un suicidio. Il dove, in questo caso, è il Golden Gate Bridge di San Francisco, luogo nel quale avvengono, in assoluto, il maggior numero di suicidi. Steel, incuriosito dalle statistiche sul numero di suicidi effettuati da quel ponte, ha piazzato la propria macchina da presa di fronte ad esso, riprendendone così l'attività, compresi tentativi di suicidio riusciti o meno, per poi intervistare parenti ed amici delle vittime. Prodotto dallo stesso Steel, assieme ad Alison Palmer Bourke e Evan Shapiro, il documentario è un viaggio tra il toccante ed il morboso, all'interno di uno degli eventi più cupi e misteriosi che possano accadere in una vita, analizzandone cause e conseguenze, e avendo la possibilità, suo malgrado, di riprendere molti di essi durante il loro compimento. Solo che, più che l'analisi, ad un certo punto, sembra solo il dolore ad interessare il regista. Suggestivamente ambientato durante tipiche giornate di vita sul ponte, tra surf, passeggiate, foto e lanci improvvisi - non sempre evitati - che la fotografia di Peter McCandless mette in scena fin troppo bene, il film è un documentario sottilmente provocatorio, come si usa fare di questi tempi, dalla partenza piuttosto folgorante, ma che via via perde forza e spessore, ripetendo se stesso alla ricerca di un fulcro forte, di un centro che pare sfuggirgli. Il difetto principale del film è di svolgimento più che di concezione. Dopo un'introduzione precisa e puntuale, il film comincia a navigare a vista, fallendo, o meglio non capendo, gli obiettivi a propria disposizione. Alternando in modo eccessivo e meccanico le riprese del ponte e dei suoi "saltatori" (dal titolo originale del libro che ha ispirato il film) con le interviste e le testimonianze, il film perde per strada la sua potenziale originalità e le sue peculiarità. E così, senza approfondire i motivi, le condizioni sociali ed ambientali o i turbamenti psicologici di chi resta, e senza cercare mai di rispondere alla domanda più ghiotta del film, cioè perché proprio il ponte di S.Francisco, a Steel non resta che mettere in scena il dolore. Pur senza voler speculare, non tiene la giusta distanza, insistendo troppo sulle parole scritte dalle vittime o dette dai congiunti e cercando una comunicazione col pubblico basata sulla via più facile: quella emotiva. Così torna prepotentemente a galla la questione della correttezza e della moralità di un film simile: perché se è ambiguo e di dubbio gusto riprendere in diretta la morte, il contatto così ostentato col dolore diventa quasi pura spettacolarizzazione. In definitiva, ci sentiamo di credere alla buona fede del regista che comunque riesce a toccare qualche corda giusta, soprattutto nel rendere la bellezza pacifica di un luogo dove cercare la pace eterna. Pur con la volontà di difendere il risultato finale, ci risulta più difficile comprenderne ed apprezzarne i mezzi. Perché se di un documentario non riusciamo a capirne il perché, non è affatto un buon segno.
Documentario o speculazione? E’ questo il
nucleo del dibattito costruitosi negli ultimi mesi attorno alla discussa
pellicola di Eric Steel. The Bridge riprende gran parte dei 24 suicidi
avvenuti nel 2004 dal celebre ponte Golden Gate di San Francisco,
immortalati dalla troupe americana che, grazie ad un sistema di
videocamere poste in diversi punti del ponte, ha realizzato oltre
diecimila ore di girato in più di un anno.Netta, dunque, la demarcazione
tra chi vede il film come atto lucrativo e chi, invece, difende la
pellicola ponendone a scudo l’intento documentaristico che ne sta alla
base. Una scelta in ogni caso coraggiosa che si pone come logica
prosecuzione delle sperimentazioni avvenute in campo documentaristico tra
gli anni Venti e Trenta. Il suicidio come oggetto d’indagine, e il cinema
come testimonianza di una realtà di cui tanto si parla, ma che raramente
viene osservata nella sua crudezza.
Il progetto è forte, l’idea è secca e precisa. Documentare per un anno, il 2004, tutti i suicidi avvenuti dal Golden Gate di San Francisco. Raccontare, quindi, il ponte, la sua imponente figura, il suo peso simbolico, la nebbia che lo nasconde, il traffico di gente e macchine, il ponte come sfondo delle cartoline, foto ricordo di un viaggio e poi i “jumpers”, quelli che dal ponte saltano giù verso il muro del mare a 190 kilometri all’ora, in quegli ultimi secondi di vita. Lo sguardo è quello morboso di chi cerca e trova, di chi attende e poi è ripagato. Al di là dei pesi sociali che hanno mosso l’autore, al di là delle stesse vite che gli operatori hanno salvato.Il film disturba. È disturbante, fa male. E oscilla pericolosamente sul limite dell’immoralità.Non tanto per la morte, quella vera, o per la registrazione di quel momento terribile prima di ogni lancio mortale. Quegli sguardi persi, corpi disarticolati nel vuoto, o i campi lunghi e immobili dove un improvviso schizzo nel mare segna la fine di una vita, ma proprio per la costruzione narrativa e per gli intrecci con cui l'occhio è guidato al punto di dover essere costretto a vivere l'ansia terribile di un'attesa e poi il passaggio inerte dell'impatto. In questo film la gente muore e la macchina da presa da lontano, in silenziosa e diligente attesa, segue, scruta, guarda, ritrae, schiaccia, sgrana, pixelizza e nelle inquadrature zoommate si sente il peso dell’aria satura di umidità: i confini delle cose e delle persone vibrano, si confondono, sfumano e poi un corpo nero, disperato, segno delle croci per salutare un dio… volano i vestiti, i corpi ruotano come privi di coscienza, scomposti e spariscono dal campo. E poi il silenzio cattivo della morte. Morte, morte, morte. Per 23 volte in 93 minuti. Una ogni 4 minuti. È tanto, troppo.Soprattutto perché la morte non finisce quando il corpo si schianta. La morte si aggira nelle attese, nelle inquadrature che seguono possibili candidati. Persone identificate, scelte su un preciso pattern di comportamento. Continua nel montaggio, nell’alternanza. A volte si sa che chi è ripreso morirà. È solo da capire quando questo avverrà nel film. Non bastano le dichiarazioni del regista Eric Steel ad allontanare il film da quella zona oscura e perversa che sottende la realizzazione del film. Non basta il tentativo di ricostruire lo sfondo di una, due, tre, ventiquattro vite finite sul Golden Gate. Il film fa male, destabilizza, disturba profondamente perché la morte diventa un’attesa e questa si fa sequenza da alternare e frammentare con le interviste e quindi si rareface e allo stesso si gonfia messa così com’è in mezzo ad una serie di interventi e testimonianze agghiaccianti, comportamenti e reazioni non catalogabili, ma che descrivono il principio di un’indifferenza sociale che fa paura. Qual’è quindi l’obiettivo del film? Un ritratto degli amici e dei parenti delle vittime, lo sfondo di angoscia che ne permea le vite, la ricorrenza di alcune tematiche comuni che hanno portato al suicidio? Oppure è il ponte, la sua forza simbolica e scenografica, la possenza ingegneristica che sfida la natura? Il documentario di Steel accenna, non racconta, non definisce, né sottolinea, nemmeno ritrae. Rimane un display, una vetrina di eventi freddi e costruiti, alla fine spettacolarizzati perché già parte di un recit: le morti e le storie migliori vengono utilizzate per costruire la struttura del film, per orientarne le sequenze, per riempire i momenti di un film che ha già detto tutto e potrebbe dire tutto in meno di 10 minuti. E quindi la storia di Gene diventa il perno di un film. È la migliore perché migliore è stato il modo in cui è stato seguito dalle videocamere, migliore perché il suo è il volo più scenografico, l’unico di spalle con le braccia al cielo, i capelli lunghi al vento è la migliore perché la più inattesa e imprevedibile. E quindi deve percorre visivamente tutto il film, dal suo inizio alla fine. E poi semmai giocare con il campo e contro campo nel suo noncurante salto nel vuoto. Campo e controcampo: già racconto perché così è montato. Due stacchi velocissimi, due videocamere da due punti macchina opposti che seguono la caduta e che ne raccontano la morte. Campo e controcampo, raccontare, morte.
Uno dei motivi per cui da qualche anno a
questa parte i documentari riscuotono sempre più successo (soprattutto
negli Stati Uniti) andrebbe cercato in quel senso di sazietà e
soffocamento che è cominciato a serpeggiare tra il pubblico verso un certo
cinema che aveva perso ogni rapporto con il mondo reale per esaltare
universi digitali e virtuali. Nel senso che a furia di inseguire immagini
sempre più apparentemente vere ma allo stesso tempo finte si è superato
qualsiasi limite di credibilità, spingendo in questo modo il pubblico a
rivalutare il filone del documentario. I problemi nascono quando anche in
un contesto documentaristico la realtà incomincia a perdere senso, in nome
di un voyeurismo morboso che non è dettato dalla voglia di superare i
limiti strutturali insiti nei meccanismi del genere, ma piuttosto dal
desiderio di lasciare a bocca aperta lo spettatore – costi quel che costi.
Finendo così per cambiare le carte in tavola e usando le immagini non per
produrre senso, approfondire un punto di vista o magari raccontare una
storia, bensì per forgiare un qualche tipo di succedaneo a tinte forti
della natura umana, o anche della verità. The Bridge – Il ponte dei
suicidi di Eric Steel, presentato nella sezione Extra
Durante la visione di “The Bridge” viene voglia di scappare fuori dal cinema, all’aria aperta e gridare fino a perdere la voce. Film documentario, per la regia di Eric Steel, “The Bridge” è un film tossico, doloroso e non sappiamo quanto educativo. Non c’è tema più difficile da affrontare sul territorio del “Cuppolone” del suicidio. Influenzati, plagiati educati, non siamo in grado di distinguere il confine tra precetto e dovere, tra autogestione e remissione, tra peccato e liberazione. The Bridge, ovvero il Golden Gate Bridge, propone uno sguardo negli angoli più bui dell’animo umano. I destini di 24 persone sono uniti dal ponte e da una caduta di quattro secondi e da dinamiche mentali simili. Ciò che lascia scioccati è la modalità del documentario: il regista e la sua troupe hanno lavorato per l’intero corso del 2004 filmando “con grande impegno” il Golden Gate Bridge, riprendendo quotidianamente per quasi tutto il tempo consentito dalla luce diurna e registrando la maggior parte dei 24 suicidi, oltre ad un grandissimo numero di tentativi non riusciti. Il regista, inoltre ha raccolto oltre 100 ore di interviste spontanee, indiscretamente personali e struggenti, realizzate con le famiglie e gli amici dei suicidi e con numerosi aspiranti suicidi. L’intento di Eric Steel nel realizzare un film documentario sulle anime del Golden Gate Bridge era mettere in evidenza uno dei tanti paradossi americani. Da sempre “The Bridge” è meta di aspiranti suicidi, e davanti alla richiesta di apporto di misure di sicurezza, l’amministrazione competente ha sempre glissato nascondendosi dietro problematiche strutturali, ingegneristiche, ESTETICHE, che non permettono la soluzione del problema. Steel afferma inoltre che le vittime del ponte vengono di consueto ignorate, come se non meritassero attenzione o una preghiera. The Bridge è un film da vedere con la promessa che una volta usciti dalla sala, l’attenzione per chi ci circonda e per noi stessi sarà più alta.
Il Golden Gate di San
Francisco negli ultimi anni è diventato un simbolo, non dell’ingegneria
civile americana, né della capacità dell’uomo di plasmare il mondo in
funzione delle proprie esigenze, ma un simbolo di libertà, della libertà
più estrema che può spingere un uomo a volersi privare della sua stessa
vita. Sarà colpa della sua imponenza, del delirio panico a cui tanta
bellezza può condurre, fatto sta che il Golden Gate è diventato, suo
malgrado, una vera e propria meta di pellegrinaggio per chi, non soltanto
a San Francisco, medita il suicidio. Eppure è un ponte fantastico. Il
rosso pastello dei suoi piloni si staglia netto contro il cielo azzurro.
La sua ombra imponente sovrasta le acque verdi e rumorose dello stretto
che unisce San Francisco e l’Oceano Pacifico, mentre il suo profilo
slanciato emerge tra le nebbie come un elegante vascello di pirati. Sembra
il fotogramma segreto di una pellicola di Wim Wenders, eppure il
tragico destino di tanta bellezza è di essere diventato il catalizzatore
di altrettanto dolore.
Il Golden Gate Bridge è
il luogo in cui molte persone decidono di porre termine alla propria
esistenza, più di ogni altro al mondo. Il totale dei morti che si contano
è scioccante ma forse non del tutto sorprendente. Per meglio dire, se si
ha intenzione di suicidarsi, c’è una logica raccapricciante nella scelta
di un mezzo che risulti, nella quasi totalità dei casi, fatale ed di un
luogo dalla bellezza magica e misteriosa.
San Francisco, Golden Gate Bridge. Arrivano da ogni parte del mondo. Donne e uomini di ogni età o ceto sociale. Si chiamano Gene, Philip, Rachel, Klaus o Deborah. Sono persone che non si conoscono ma sono accomunate da un’unica intenzione: saltare. Un gesto estremo che sembra trovare nel ponte, uno dei più lunghi al mondo, la sua massima espressione. 2710 metri di lunghezza complessiva, 1282 metri soltanto la campata centrale. E quei 67 metri che la separano dalla superficie del mare in quel tratto denominato Golden Gate (da cui prende nome il ponte), lo stretto che separa l’Oceano Pacifico dalla Baia di San Francisco. 67 metri, 4 secondi di caduta libera e un impatto con l’acqua a 120 Km/h che difficilmente lascia scampo. Con 1500 suicidi dal 1937, anno di apertura al pubblico, una media di un suicidio ogni due settimane, il Golden Gate Bridge è il luogo in cui avvengono più suicidi al mondo. Un primato poco invidiabile che ha colpito l’attenzione di Eric Steel (all’esordio alla regia dopo aver lavorato come manager creativo alla Walt Disney prima e redattore per Simon&Shuster e HarperCollins poi), che per tutto il 2004 ha tenuto il ponte sotto stretta osservazione con telecamere fisse registrando sulla pellicola ben 23 suicidi, oltre a innumerevoli tentativi falliti. Un lavoro in bilico tra analisi, provocazione e speculazione per un fenomeno che non ha spiegazione: l’attrazione che il ponte esercita su coloro che decidono di togliersi la vita. Il documentario (perché di un documentario si tratta) si addentra (o almeno ci prova) nel profondo più nero dell’animo umano, scavando nella vita delle persone che decidono di gettarsi (i cosiddetti “Jumpers”) attraverso interviste a parenti e amici (in un caso anche a un aspirante suicida che non è riuscito nel suo intento). Così conosciamo Gene, Philip o Rachel, entriamo nelle loro esistenze, attraversiamo il loro dolore forse condividendolo, forse provando compassione. E durante il film li vediamo camminare sul ponte in mezzo alle altre persone, nell’aria tremolante del teleobiettivo, li vediamo affacciarsi e guardare giù, ci chiediamo cosa provano in quel momento, quali sono gli ultimi pensieri, percepiamo gli sguardi indecisi, spaesati, soffriamo nell’attesa di un gesto a cui non vorremmo mai assistere. Poi qualcuno scavalca il parapetto e resta in piedi sul cornicione, qualcun altro sale sulla balaustra. A volte li salva l’intervento di un passante o della polizia. A volte no. E allora li vediamo cadere seguiti a stento dalle telecamere e sparire in uno spruzzo di schiuma biancastra che ne cancella l’esistenza per sempre. E’ un’ immagine che resta impresa nella mente e non se ne va più. Terribile perché l’occhio della telecamera ci ha mostrato la realtà. Tuttavia l‘intento del regista resta un mistero. Steel si sofferma a lungo sullo strazio e il dolore dei parenti o lo stupore (perfino la rabbia) degli amici, quasi in un attaccamento morboso al nodo in gola. Ma si resta lì. Il film si ripete all’infinito per un’ora e mezza con storie che, pur tragiche, sono sempre uguali. Disagio sociale, schizofrenia, depressione. Non c’è bisogno di Steel per capire che in ogni parte del mondo le cause che stanno alla base di un suicidio sono quasi sempre queste. Se l’intento era rispondere alla domanda “Perché proprio il golden Gate Bridge?” l’interrogativo rimane irrisolto. Se invece l’intenzione era di polemizzare sulla sicurezza del ponte e denunciare le autorità competenti che rifiutano di montare delle barriere protettive (che nel caso della Torre Eiffel a Parigi o dell’Empire State Building a New York hanno ridotto a zero il numero dei suicidi) per motivi economici o estetici, allora The Bridge può trovare nella spettacolarizzazione della morte un suo punto di forza. Ma allora perché tutte quelle interviste?
È possibile documentare la morte? O peggio ancora, il desiderio di morire. È ciò che ha cercato di fare Eric Steel, filmmaker americano già produttore esecutivo e regista, che con "The Bridge" firma il suo primo documentario. Nel 2004, Steel e la sua troupe hanno tenuto sotto costante osservazione il Golden Gate Bridge di San Francisco, in assoluto il luogo che conta più tentativi di suicidio al mondo. E hanno filmato un inquietante numero di figure che si ritrovavano lì a camminare su e giù, come se ci fossero capitate per caso. Nel documentario queste figure le osserviamo da lontano e l'indecisione è leggibile nei movimenti, nel modo in cui si affacciano e poi si ritraggono come se non volessero cedere ad una tentazione troppo forte. Alcuni ci ripensano, altri vengono fermati in tempo. Altri ancora, nel tempo di un attimo li vediamo tuffarsi nel vuoto. Le immagini del ponte si allacciano poi ad interviste rilasciate da chi a quelle morti è sopravvissuto, e tenta in qualche modo di spiegare. Racconti che danno volto e nome a quelle figure, le fanno diventare "persone che hanno realmente vissuto" fino ad effettuare quella scelta di cui siamo stati testimoni. "The Bridge" è un documento scioccante ed eticamente discutibile. Nobili le motivazioni che hanno spinto il regista a portare a termine questa operazione, ovvero smuovere le autorità locali affinché venga alzata sul ponte "una barriera anti-suicidio", eventualità finora esclusa per motivi estetici. Eppure... Quanto sia giusto rubare quell'istante così privato ed ultimo dell'esistenza di un essere umano, reiterare con il montaggio quei secondi infiniti che separano la vita dalla morte, mentre il corpo cade inesorabilmente fino all'impatto con l'acqua. Immaginare ciò che non si può, ovvero dove possa andare il pensiero dell'uomo in quegli stessi istanti. Sono quesiti ai quali non ci è dato rispondere. In un'epoca in cui siamo abituati a farci sbattere la morte in faccia quotidianamente dai media, "The Bridge" è un film che fa riflettere. Tanto sul suicidio in sé, quanto sui limiti che il desiderio di cronaca dovrebbe porsi. [iCine]
L’inizio di The
bridge -Il ponte dei suicidi, ispirato all’articolo Jumpers
di Tad Friend, è qualcosa che non si dimentica
facilmente: siamo sul noto ponte Golden Gate di San Francisco, una mattina
qualunque, tra gente che va in bicicletta, altre persone che si divertono
a fare surf ed auto che passano in fretta sulla strada; poi,
improvvisamente, un signore appoggiato alla ringhiera, pensieroso, volge
lo sguardo verso il panorama e si getta nel vuoto, provocando non poco
disagio nello spettatore che rimane ad osservare allibito.Infatti,
i protagonisti del documentario shock di Eric Steel – in passato
produttore di titoli come Le ceneri di Angela e Al di là
della vita – sono i ventiquattro suicidi susseguitisi nel solo 2004
sulla spettacolare costruzione che, avvolta nella nebbia, si presenta con
aspetto decisamente minaccioso.
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