. The Bridge - Il ponte dei suicidi .

 

 

 

Titolo Originale: The Bridge
Titolo Italiano: The Bridge - Il ponte dei suicidi
Regia: Eric Steel
Sritto Da: ---

Paese: USA

Durata: 1h 33min
Anno: 2006

Cast: ---

 

Sito ufficiale: http://www.thebridge-themovie.com/ - http://www.pontedeisuicidi.it/

Trailer: Ita - Eng

 

DISCUTIAMONE SUL FORUM
 


Eric Steel decise di girare questo documentario dopo aver letto un articolo sul New Yorker dedicato ai "Jumper"... coloro che stanchi della vita, con malattie mentali, o chissà per qual motivo, decidono di togliersi la vita saltando da un ponte. Il Golden Gate Bridge di San Francisco è la meta più ambita per i suicidi, una specie di calamita per chi se ne vuole andare. Il ponte registra una media di un suicidio ogni 2 settimane ed è il luogo dove si verificano più suicidi nel mondo. Così Steel decide di sorvegliare il ponte con due telecamere con grandangolo per un anno nelle ore diurne finchè la luce lo consente. E così ci ritroveremo a guardare gente che passeggia su un ponte... gente che corre, gente che fa foto... e gente che scavalca la ringhiera e si lancia. E a noi rimangono le testimonianze dei parenti e degli amici che li hanno accompagnati nella loro vita. Questo film non scioglie i dubbi su quello che può scattare nella mente di una persona quando decide di compiere questo gesto, il tentivo di intraprendere un viaggio nella parte più oscura della mente che però non soddisfa e non spiega, semplicemente perchè è una parte di noi che non riusciremo mai a spiegare. Quello che rimane è soltanto semplice e puro dolore. In definitiva... un documentario che se fosse durato 15 minuti sarebbe stato perfetto.

Questo film può risultare molto discutibile. Lidea di piazzare delle telecamere e vedera la gente che si lancia senza fare nulla è rivoltante. La trouppe giura di aver chiamato la polizia quando vedevano dei comportamenti sospetti eppure hanno filmato per parecchio tempo Gene che andava avantie e indietro prima di lanciarsi... certo come sapere che si sarebbe buttato?!... e allora perchè fissarlo tanto a lungo?!... questo ad alcuni può far nascere il dubbio che sia tutto una finzione. Chissà. Eppure lo spettatore non potrà fare altro che pensare "chissà se si bitta, chissà quando si butta..." per poi ascoltare la lunga serie di commenti di famiglie che sembrano aver seguito un corso zen per la calma con cui parlano di un figlio ce si è lanciato... altri sono arrabbiati con chi ha compiuto il gesto... c'è chi si chiede se poteva fare di più e chi alla fine si è rassegnato. Insomma... un film che alla fine risulta più film che documentario e più documentario che film. Un ibrido che lascia la spiacevole sensazione che in realtà l'unica cosa che sia soddisfatta è la voglia di vouyerismo dello spettatore. Parlando del film in se stesso, risulta un prodotto piuttosto che però regala delle stupende inquadature di quel ponte "falsamente romantico" come viene definito da un'amica di uno dei suicidi.

[Reppy - Cine Maniacs]

 

 

Recensioni dalla Rete:

Il cinema molto spesso è questione di morale, soprattutto quando ha a che fare con un tema delicato come la morte.  Proprio sul filo del rasoio, Eric Steel ha deciso di realizzare il suo "The Bridge - Il ponte dei suicidi", documentario nel quale mette in scena il prima, il durante e il dopo un suicidio. Il dove, in questo caso, è il Golden Gate Bridge di San Francisco, luogo nel quale avvengono, in assoluto, il maggior numero di suicidi.  Steel, incuriosito dalle statistiche sul numero di suicidi effettuati da quel ponte, ha piazzato la propria macchina da presa di fronte ad esso, riprendendone così l'attività, compresi tentativi di suicidio riusciti o meno, per poi intervistare parenti ed amici delle vittime.  Prodotto dallo stesso Steel, assieme ad Alison Palmer Bourke e Evan Shapiro, il documentario è un viaggio tra il toccante ed il morboso, all'interno di uno degli eventi più cupi e misteriosi che possano accadere in una vita, analizzandone cause e conseguenze, e avendo la possibilità, suo malgrado, di riprendere molti di essi durante il loro compimento. Solo che, più che l'analisi, ad un certo punto, sembra solo il dolore ad interessare il regista. Suggestivamente ambientato durante tipiche giornate di vita sul ponte, tra surf, passeggiate, foto e lanci improvvisi - non sempre evitati - che la fotografia di Peter McCandless mette in scena fin troppo bene, il film è un documentario sottilmente provocatorio, come si usa fare di questi tempi, dalla partenza piuttosto folgorante, ma che via via perde forza e spessore, ripetendo se stesso alla ricerca di un fulcro forte, di un centro che pare sfuggirgli. Il difetto principale del film è di svolgimento più che di concezione. Dopo un'introduzione precisa e puntuale, il film comincia a navigare a vista, fallendo, o meglio non capendo, gli obiettivi a propria disposizione. Alternando in modo eccessivo e meccanico le riprese del ponte e dei suoi "saltatori" (dal titolo originale del libro che ha ispirato il film) con le interviste e le testimonianze, il film perde per strada la sua potenziale originalità e le sue peculiarità. E così, senza approfondire i motivi, le condizioni sociali ed ambientali o i turbamenti psicologici di chi resta, e senza cercare mai di rispondere alla domanda più ghiotta del film, cioè perché proprio il ponte di S.Francisco, a Steel non resta che mettere in scena il dolore. Pur senza voler speculare, non tiene la giusta distanza, insistendo troppo sulle parole scritte dalle vittime o dette dai congiunti e cercando una comunicazione col pubblico basata sulla via più facile: quella emotiva. Così torna prepotentemente a galla la questione della correttezza e della moralità di un film simile: perché se è ambiguo e di dubbio gusto riprendere in diretta la morte, il contatto così ostentato col dolore diventa quasi pura spettacolarizzazione. In definitiva, ci sentiamo di credere alla buona fede del regista che comunque riesce a toccare qualche corda giusta, soprattutto nel rendere la bellezza pacifica di un luogo dove cercare la pace eterna. Pur con la volontà di difendere il risultato finale, ci risulta più difficile comprenderne ed apprezzarne i mezzi. Perché se di un documentario non riusciamo a capirne il perché, non è affatto un buon segno.

[Cineclick]

 

Documentario o speculazione? E’ questo il nucleo del dibattito costruitosi negli ultimi mesi attorno alla discussa pellicola di Eric Steel. The Bridge riprende gran parte dei 24 suicidi avvenuti nel 2004 dal celebre ponte Golden Gate di San Francisco, immortalati dalla troupe americana che, grazie ad un sistema di videocamere poste in diversi punti del ponte, ha realizzato oltre diecimila ore di girato in più di un anno.Netta, dunque, la demarcazione tra chi vede il film come atto lucrativo e chi, invece, difende la pellicola ponendone a scudo l’intento documentaristico che ne sta alla base. Una scelta in ogni caso coraggiosa che si pone come logica prosecuzione delle sperimentazioni avvenute in campo documentaristico tra gli anni Venti e Trenta. Il suicidio come oggetto d’indagine, e il cinema come testimonianza di una realtà di cui tanto si parla, ma che raramente viene osservata nella sua crudezza.
All’interno del film le immagini del ponte si alternano con le interviste ai parenti delle vittime e di chi è uscito indenne dall’incredibile salto, nel tentativo di indagare i perché e i retroscena di un gesto, di una decisione. Con i suoi 24 suicidi nel solo 2004 il Golden Gate, simbolo della modernità e dell’opulenza, entra nel guiness dei primati dalla porta macabra, rappresentando il ponte con il maggior numero di suicidi l’anno. Steel non ha fatto altro che porre un monitoraggio in stile orwelliano su un palcoscenico di morte e dolore, ponendosi, o cercando di farlo, come occhio neutro di un fenomeno sociale di scottante attualità. Presente al Tribeca Film Festival di De Niro, e in altri palcoscenici europei, il documentario ha avuto in america un’uscita limitata nelle città di New York, Los Angeles, San Francisco and Chicago , probabilmente a causa del complesso dibattito che trascina sulla sua scia.

[Fanaticaboutfilms]

 

Il progetto è forte, l’idea è secca e precisa. Documentare per un anno, il 2004, tutti i suicidi avvenuti dal Golden Gate di San Francisco. Raccontare, quindi, il ponte, la sua imponente figura, il suo peso simbolico, la nebbia che lo nasconde, il traffico di gente e macchine, il ponte come sfondo delle cartoline, foto ricordo di un viaggio e poi i “jumpers”, quelli che dal ponte saltano giù verso il muro del mare a 190 kilometri all’ora, in quegli ultimi secondi di vita. Lo sguardo è quello morboso di chi cerca e trova, di chi attende e poi è ripagato. Al di là dei pesi sociali che hanno mosso l’autore, al di là delle stesse vite che gli operatori hanno salvato.Il film disturba. È disturbante, fa male. E oscilla pericolosamente sul limite dell’immoralità.Non tanto per la morte, quella vera, o per la registrazione di quel momento terribile prima di ogni lancio mortale. Quegli sguardi persi, corpi disarticolati nel vuoto, o i campi lunghi e immobili dove un improvviso schizzo nel mare segna la fine di una vita, ma proprio per la costruzione narrativa e per gli intrecci con cui l'occhio è guidato al punto di dover essere costretto a vivere l'ansia terribile di un'attesa e poi il passaggio inerte dell'impatto. In questo film la gente muore e la macchina da presa da lontano, in silenziosa e diligente attesa, segue, scruta, guarda, ritrae, schiaccia, sgrana, pixelizza e nelle inquadrature zoommate si sente il peso dell’aria satura di umidità: i confini delle cose e delle persone vibrano, si confondono, sfumano e poi un corpo nero, disperato, segno delle croci per salutare un dio… volano i vestiti, i corpi ruotano come privi di coscienza, scomposti e spariscono dal campo. E poi il silenzio cattivo della morte. Morte, morte, morte. Per 23 volte in 93 minuti. Una ogni 4 minuti. È tanto, troppo.Soprattutto perché la morte non finisce quando il corpo si schianta. La morte si aggira nelle attese, nelle inquadrature che seguono possibili candidati. Persone identificate, scelte su un preciso pattern di comportamento. Continua nel montaggio, nell’alternanza. A volte si sa che chi è ripreso morirà. È solo da capire quando questo avverrà nel film. Non bastano le dichiarazioni del regista Eric Steel ad allontanare il film da quella zona oscura e perversa che sottende la realizzazione del film. Non basta il tentativo di ricostruire lo sfondo di una, due, tre, ventiquattro vite finite sul Golden Gate. Il film fa male, destabilizza, disturba profondamente perché la morte diventa un’attesa e questa si fa sequenza da alternare e frammentare con le interviste e quindi si rareface e allo stesso si gonfia messa così com’è in mezzo ad una serie di interventi e testimonianze agghiaccianti, comportamenti e reazioni non catalogabili, ma che descrivono il principio di un’indifferenza sociale che fa paura. Qual’è quindi l’obiettivo del film? Un ritratto degli amici e dei parenti delle vittime, lo sfondo di angoscia che ne permea le vite, la ricorrenza di alcune tematiche comuni che hanno portato al suicidio? Oppure è il ponte, la sua forza simbolica e scenografica, la possenza ingegneristica che sfida la natura? Il documentario di Steel accenna, non racconta, non definisce, né sottolinea, nemmeno ritrae. Rimane un display, una vetrina di eventi freddi e costruiti, alla fine spettacolarizzati perché già parte di un recit: le morti e le storie migliori vengono utilizzate per costruire la struttura del film, per orientarne le sequenze, per riempire i momenti di un film che ha già detto tutto e potrebbe dire tutto in meno di 10 minuti.  E quindi la storia di Gene diventa il perno di un film. È la migliore perché migliore è stato il modo in cui è stato seguito dalle videocamere, migliore perché il suo è il volo più scenografico, l’unico di spalle con le braccia al cielo, i capelli lunghi al vento è la migliore perché la più inattesa e imprevedibile. E quindi deve percorre visivamente tutto il film, dal suo inizio alla fine. E poi semmai giocare con il campo e contro campo nel suo noncurante salto nel vuoto. Campo e controcampo: già racconto perché così è montato. Due stacchi velocissimi, due videocamere da due punti macchina opposti che seguono la caduta e che ne raccontano la morte.

Campo e controcampo, raccontare, morte.

[Cinemaplus]

 

Uno dei motivi per cui da qualche anno a questa parte i documentari riscuotono sempre più successo (soprattutto negli Stati Uniti) andrebbe cercato in quel senso di sazietà e soffocamento che è cominciato a serpeggiare tra il pubblico verso un certo cinema che aveva perso ogni rapporto con il mondo reale per esaltare universi digitali e virtuali. Nel senso che a furia di inseguire immagini sempre più apparentemente vere ma allo stesso tempo finte si è superato qualsiasi limite di credibilità, spingendo in questo modo il pubblico a rivalutare il filone del documentario. I problemi nascono quando anche in un contesto documentaristico la realtà incomincia a perdere senso, in nome di un voyeurismo morboso che non è dettato dalla voglia di superare i limiti strutturali insiti nei meccanismi del genere, ma piuttosto dal desiderio di lasciare a bocca aperta lo spettatore – costi quel che costi. Finendo così per cambiare le carte in tavola e usando le immagini non per produrre senso, approfondire un punto di vista o magari raccontare una storia, bensì per forgiare un qualche tipo di succedaneo a tinte forti della natura umana, o anche della verità. The Bridge – Il ponte dei suicidi di Eric Steel, presentato nella sezione Extra
della prima edizione della Festa del Cinema di Roma, ha scelto questa seconda via. Il risultato lascia perplessi. Non tanto per l’argomento controverso al centro dell’attenzione (da un lato, capire le ragioni per cui una persona decide di togliersi la vita; dall’altro, immortalare in presa diretta il gesto del suicidio), quanto piuttosto per il cattivo uso che il film fa delle immagini e della loro forza evocativa. Protagonista assoluto è l’imponente Golden Gate Bridge, considerato una delle sette meraviglie moderne. Con la sua vista sulla Baia di San Francisco, il ponte rappresenta un’icona americana, nonché una delle principali destinazioni turistiche. Ma è anche il luogo che registra il maggior numero di suicidi al mondo (circa millecinquecento). Da qui è partito Eric Steel, noto fino ad ora solo come produttore di Shaft, Le ceneri di Angela e dello scorsesiano Al di là della vita, che ha iniziato a lavorare nelle vesti di regista a The Bridge – Il ponte dei suicidi dopo aver letto un articolo pubblicato sul New Yorker, nel quale Tad Friend si sforzava di trovare una spiegazione a questo fenomeno sconcertante che getta un’ombra sinistra sul Golden Gate Bridge. Giorno dopo giorno, con la sua troupe, per tutto il 2004, Steel ha ripreso, grazie a due cineprese fisse, migliaia di persone che attraversavano a piedi il ponte da San Francisco a Marin County e viceversa. Ogni tanto qualcuno scavalcava il parapetto del ponte per lanciarsi nel vuoto. Steel ha incontrato anche amici e parenti delle persone filmate mentre si suicidavano, alcuni testimoni oculari e una persona sopravvissuta. Il tutto ha dato vita a un’ora e mezza di materiale che alterna, con gusto della suspense, commenti e registrazioni di suicidi. bDalla sua il film ha la veemenza delle immagini, abilmente shockanti e totalmente realistiche, un impatto ideologico che finisce per chiedere allo spettatore di schierarsi pro o contro la presa di coscienza secondo cui il suicidio possa essere una delle soluzioni al male di vivere e, soprattutto, un approccio stilistico e narrativo che flirta con l’idea dello snuff movie. Nell’osservare la ricerca della morte, Eric Steel, qui alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa, si dimostra scaltro a mescolare le riprese autentiche degli attimi che precedono i suicidi (o i tentativi di suicidio: dipende dai casi) e le interviste incentrate sul passato delle persone che hanno deciso di farla finita con la vita, e a coinvolgere lo spettatore in un percorso visivo ed emotivo che non vuole indurlo a ragionare sui “perché”, ma in qualche modo convincerlo dell’ineluttabilità dei fatti. Il che conferma il sospetto che la logica di un film così costruito non sia quella di sfidare le convenzioni per provare a riflettere a fondo sulle cause di quelle esistenze spezzate, ma di sfruttare la credulità cinematografica dello spettatore di fronte a immagini documentarie di sicuro effetto per dargli in pasto una realtà governata dallo sguardo, più che dal suo contenuto.

[Movieplayer]

 

Durante la visione di “The Bridge” viene voglia di scappare fuori dal cinema, all’aria aperta e gridare fino a perdere la voce. Film documentario, per la regia di Eric Steel, “The Bridge” è un film tossico, doloroso e non sappiamo quanto educativo. Non c’è tema più difficile da affrontare sul territorio del “Cuppolone” del suicidio. Influenzati, plagiati educati, non siamo in grado di distinguere il confine tra precetto e dovere, tra autogestione e remissione, tra peccato e liberazione. The Bridge, ovvero il Golden Gate Bridge, propone uno sguardo negli angoli più bui dell’animo umano. I destini di 24 persone sono uniti dal ponte e da una caduta di quattro secondi e da dinamiche mentali simili. Ciò che lascia scioccati è la modalità del documentario: il regista e la sua troupe hanno lavorato per l’intero corso del 2004 filmando “con grande impegno” il Golden Gate Bridge, riprendendo quotidianamente per quasi tutto il tempo consentito dalla luce diurna e registrando la maggior parte dei 24 suicidi, oltre ad un grandissimo numero di tentativi non riusciti. Il regista, inoltre ha raccolto oltre 100 ore di interviste spontanee, indiscretamente personali e struggenti, realizzate con le famiglie e gli amici dei suicidi e con numerosi aspiranti suicidi. L’intento di Eric Steel nel realizzare un film documentario sulle anime del Golden Gate Bridge era mettere in evidenza uno dei tanti paradossi americani. Da sempre “The Bridge” è meta di aspiranti suicidi, e davanti alla richiesta di apporto di misure di sicurezza, l’amministrazione competente ha sempre glissato nascondendosi dietro problematiche strutturali, ingegneristiche, ESTETICHE, che non permettono la soluzione del problema. Steel afferma inoltre che le vittime del ponte vengono di consueto ignorate, come se non meritassero attenzione o una preghiera. The Bridge è un film da vedere con la promessa che una volta usciti dalla sala, l’attenzione per chi ci circonda e per noi stessi sarà più alta.

[Il quotidiano del Cinema]

 

Il Golden Gate di San Francisco negli ultimi anni è diventato un simbolo, non dell’ingegneria civile americana, né della capacità dell’uomo di plasmare il mondo in funzione delle proprie esigenze, ma un simbolo di libertà, della libertà più estrema che può spingere un uomo a volersi privare della sua stessa vita. Sarà colpa della sua imponenza, del delirio panico a cui tanta bellezza può condurre, fatto sta che il Golden Gate è diventato, suo malgrado, una vera e propria meta di pellegrinaggio per chi, non soltanto a San Francisco, medita il suicidio. Eppure è un ponte fantastico. Il rosso pastello dei suoi piloni si staglia netto contro il cielo azzurro. La sua ombra imponente sovrasta le acque verdi e rumorose dello stretto che unisce San Francisco e l’Oceano Pacifico, mentre il suo profilo slanciato emerge tra le nebbie come un elegante vascello di pirati. Sembra il fotogramma segreto di una pellicola di Wim Wenders, eppure il tragico destino di tanta bellezza è di essere diventato il catalizzatore di altrettanto dolore.
Nel corso del 2004 ben 24 persone si sono lasciate cadere nelle acque. Un salto di 67 metri, a una velocità di caduta di circa 197 km/h e 5-7 secondi di chissà quali pensieri. Difficile immaginare cosa si provi, cosa si possa pensare in quei pochi secondi. Difficile, forse, che si possa pensare qualcosa.

The Bridge
racconta storie di suicidi sventati e di suicidi riusciti. Da una parte stanno le vittime, prigioniere di un’esistenza turbolenta, che passeggiano nervosamente lungo i corridoi del ponte, al di là del parapetto, prima di abbandonarsi al proprio peso, alla gravità. La drammatica poesia della loro solitudine emerge dalla grana del digitale che, tagliando l’aria e la distanza, indugia sugli sguardi inquieti rivolti verso l’acqua. Le vittime provano a spiccare il volo ma non riescono a planare sul pelo dell’acqua: vi si infrangono contro, e si spezzano.
Dall’altra parte invece stanno i racconti, amari e senza speranza, di coloro che hanno vissuto più e meno consapevolmente accanto ad aspiranti suicidi. The Bridge non si serve di queste testimonianze per individuare gli agenti responsabili del desiderio di auto-annientamento. Vuole piuttosto abbattere il muro di silenzio eretto intorno a una realtà troppo spesso ritenuta distante e porla sotto gli occhi di tutti. Sembra voler dire che, al di là di lunghe meditazioni, il suicidio è pur sempre un gesto umano imprevedibile, che può riguardare ciascuno di noi: è un pensiero che vive e sopravvive nella quotidianità di molte persone. Bisogna soltanto saperlo ri-conoscere.
In America The Bridge è stato ampiamente contestato. In Italia cominciano a risuonare le prime eco di disappunto: spaventa il pensiero che qualcuno sia stato capace di appostarsi sulle rive del fiume ad attendere l’occasione, l’attimo decisivo per ritrarre la morte in diretta di un suicida (6 il numero totale delle morti riprese), senza tentare alcun intervento preventivo qualora ve ne fosse stata la possibilità.
La questione è davvero complessa, le domande si moltiplicano e le risposte prendono pieghe contorte. Di fronte ai suicidi di cui sono stati spettatori, il regista e la sua troupe vanno visti come “guardoni”, voyeur che hanno approfittato del dolore altrui per creare spettacolo? O sono stati dei liberali impenitenti che tacitamente hanno rispettato quel dolore e l’estrema conseguenza che ne è derivata? Inoltre: è legittimo spiare il comportamento degli uomini a loro insaputa? È giusto rappresentare l’istante ultimo, quello della morte, l’istante che per eccellenza non ha uguali? O si tratta, come direbbe André Bazin, di una oscenità ontologica? Difficile rispondere senza contraddirsi e scatenare una valanga di altre domande. Viene spontaneo infatti chiedersi ancora: se il suicidio è un gesto privato su cui nessuno dovrebbe gettare il proprio sguardo indiscreto, per quale motivo un aspirante suicida decide di lanciarsi da un ponte così affollato come il Golden Gate, dove non è escluso che si possa anche essere ripresi? Perché farlo sotto gli occhi di spettatori che non hanno scelto di assistere al macabro spettacolo?
È facile puntare l’indice contro questo film tacciandolo di scorrettezza e di immoralità. Bisognerebbe ammettere che non si tratta di un tentativo di spettacolarizzare la morte - in questo sono più bravi i film horror - e neanche di dar vita a un nuovo genere, un ibrido che ha qualcosa del documentario e qualcosa del reality show. È un atto di denuncia, un modo coraggioso, forse contestabile, di stimolare una reazione. The Bridge si rivolge sia a quelle persone che hanno familiarità con l’idea del suicidio – come desiderio di auto-annientamento o come dolore luttuoso - sia a quelle che non ne sono mai state neanche sfiorate. Insinua il dubbio attraverso un processo di rispecchiamento. Non c’è ombra di giudizio, non c’è commento che accompagni le immagini, solo racconti di vite che chiedevano di essere ascoltate, degnate di uno sguardo, essere messe al centro dell’attenzione di qualcuno. Storie di persone disperate, col fiato corto, che non sapevano d’essere amate perché non sapevano leggere l’amore nelle parole degli altri. Storie di esseri umani rimasti infangati in un pensiero ossessivo, come se non ne esistessero di migliori.

[Frame Online]

 

Il Golden Gate Bridge è il luogo in cui molte persone decidono di porre termine alla propria esistenza, più di ogni altro al mondo. Il totale dei morti che si contano è scioccante ma forse non del tutto sorprendente. Per meglio dire, se si ha intenzione di suicidarsi, c’è una logica raccapricciante nella scelta di un mezzo che risulti, nella quasi totalità dei casi, fatale ed di un luogo dalla bellezza magica e misteriosa.
Il regista e la sua troupe hanno lavorato per l’intero corso del 2004 filmando con grande impegno il Golden Gate Bridge, riprendendolo quotidianamente per quasi tutto il tempo consentito dalla luce diurna e registrando la maggior parte dei 24 suicidi, oltre ad un grandissimo numero di tentativi non riusciti. Inoltre il regista ha raccolto quasi 100 ore di interviste incredibilmente spontanee, profondamente personali, spesso struggenti, realizzate con le famiglie e gli amici dei suicidi, con i testimoni che spesso erano passanti, ciclisti, guidavano o stavano facendo surf o kiteboard, o andavano in barca sotto al ponte, e con numerosi degli stessi aspiranti suicidi. The Bridge propone uno sguardo negli angoli più bui e se è possibile più impenetrabili dell’animo umano. I destini di queste 24 persone sono uniti dal ponte e da una caduta di 4 secondi, ma le loro vite sembrano essere scorse su binari paralleli ed aver tracciato parabole simili. È lo stesso Golden Gate Bridge ad ergersi minaccioso sullo sfondo, un monumento che rispecchia le più alte aspirazioni e la natura più infima dell’uomo. Le dure realtà con cui i suicidi ci costringono a confrontarci sono inquietanti. Preferiremmo non vedere le persone con disturbi mentali; preferiremmo che i suicidi fossero invisibili – o almeno che avessero luogo silenziosamente nei bagni degli alberghi, nei fienili, nelle stanze dei dormitori e nei guardaroba. The Bridge è un documentario sorprendentemente profondo e allo stesso tempo poetico, un viaggio visivo e viscerale in uno dei tabù più spinosi.

[La Lanterna Nera]

 

San Francisco, Golden Gate Bridge. Arrivano da ogni parte del mondo. Donne e uomini di ogni età o ceto sociale. Si chiamano Gene, Philip, Rachel, Klaus o Deborah. Sono persone che non si conoscono ma sono accomunate da un’unica intenzione: saltare. Un gesto estremo che sembra trovare nel ponte, uno dei più lunghi al mondo, la sua massima espressione. 2710 metri di lunghezza complessiva, 1282 metri soltanto la campata centrale. E quei 67 metri che la separano dalla superficie del mare in quel tratto denominato Golden Gate (da cui prende nome il ponte), lo stretto che separa l’Oceano Pacifico dalla Baia di San Francisco. 67 metri, 4 secondi di caduta libera e un impatto con l’acqua a 120 Km/h che difficilmente lascia scampo. Con 1500 suicidi dal 1937, anno di apertura al pubblico, una media di un suicidio ogni due settimane, il Golden Gate Bridge è il luogo in cui avvengono più suicidi al mondo. Un primato poco invidiabile che ha colpito l’attenzione di Eric Steel (all’esordio alla regia dopo aver lavorato come manager creativo alla Walt Disney prima e redattore per Simon&Shuster e HarperCollins poi), che per tutto il 2004 ha tenuto il ponte sotto stretta osservazione con telecamere fisse registrando sulla pellicola ben 23 suicidi, oltre a innumerevoli tentativi falliti. Un lavoro in bilico tra analisi, provocazione e speculazione per un fenomeno che non ha spiegazione: l’attrazione che il ponte esercita su coloro che decidono di togliersi la vita. Il documentario (perché di un documentario si tratta) si addentra (o almeno ci prova) nel profondo più nero dell’animo umano, scavando nella vita delle persone che decidono di gettarsi (i cosiddetti “Jumpers”) attraverso interviste a parenti e amici (in un caso anche a un aspirante suicida che non è riuscito nel suo intento). Così conosciamo Gene, Philip o Rachel, entriamo nelle loro esistenze, attraversiamo il loro dolore forse condividendolo, forse provando compassione. E durante il film li vediamo camminare sul ponte in mezzo alle altre persone, nell’aria tremolante del teleobiettivo, li vediamo affacciarsi e guardare giù, ci chiediamo cosa provano in quel momento, quali sono gli ultimi pensieri, percepiamo gli sguardi indecisi, spaesati, soffriamo nell’attesa di un gesto a cui non vorremmo mai assistere. Poi qualcuno scavalca il parapetto e resta in piedi sul cornicione, qualcun altro sale sulla balaustra. A volte li salva l’intervento di un passante o della polizia. A volte no. E allora li vediamo cadere seguiti a stento dalle telecamere e sparire in uno spruzzo di schiuma biancastra che ne cancella l’esistenza per sempre. E’ un’ immagine che resta impresa nella mente e non se ne va più. Terribile perché l’occhio della telecamera ci ha mostrato la realtà. Tuttavia l‘intento del regista resta un mistero. Steel si sofferma a lungo sullo strazio e il dolore dei parenti o lo stupore (perfino la rabbia) degli amici, quasi in un attaccamento morboso al nodo in gola. Ma si resta lì. Il film si ripete all’infinito per un’ora e mezza con storie che, pur tragiche, sono sempre uguali. Disagio sociale, schizofrenia, depressione. Non c’è bisogno di Steel per capire che in ogni parte del mondo le cause che stanno alla base di un suicidio sono quasi sempre queste. Se l’intento era rispondere alla domanda “Perché proprio il golden Gate Bridge?” l’interrogativo rimane irrisolto. Se invece l’intenzione era di polemizzare sulla sicurezza del ponte e denunciare le autorità competenti che rifiutano di montare delle barriere protettive (che nel caso della Torre Eiffel a Parigi o dell’Empire State Building a New York hanno ridotto a zero il numero dei suicidi) per motivi economici o estetici, allora The Bridge può trovare nella spettacolarizzazione della morte un suo punto di forza. Ma allora perché tutte quelle interviste?

[Border Fiction]

 

È possibile documentare la morte? O peggio ancora, il desiderio di morire. È ciò che ha cercato di fare Eric Steel, filmmaker americano già produttore esecutivo e regista, che con "The Bridge" firma il suo primo documentario. Nel 2004, Steel e la sua troupe hanno tenuto sotto costante osservazione il Golden Gate Bridge di San Francisco, in assoluto il luogo che conta più tentativi di suicidio al mondo. E hanno filmato un inquietante numero di figure che si ritrovavano lì a camminare su e giù, come se ci fossero capitate per caso. Nel documentario queste figure le osserviamo da lontano e l'indecisione è leggibile nei movimenti, nel modo in cui si affacciano e poi si ritraggono come se non volessero cedere ad una tentazione troppo forte. Alcuni ci ripensano, altri vengono fermati in tempo. Altri ancora, nel tempo di un attimo li vediamo tuffarsi nel vuoto. Le immagini del ponte si allacciano poi ad interviste rilasciate da chi a quelle morti è sopravvissuto, e tenta in qualche modo di spiegare. Racconti che danno volto e nome a quelle figure, le fanno diventare "persone che hanno realmente vissuto" fino ad effettuare quella scelta di cui siamo stati testimoni. "The Bridge" è un documento scioccante ed eticamente discutibile. Nobili le motivazioni che hanno spinto il regista a portare a termine questa operazione, ovvero smuovere le autorità locali affinché venga alzata sul ponte "una barriera anti-suicidio", eventualità finora esclusa per motivi estetici. Eppure... Quanto sia giusto rubare quell'istante così privato ed ultimo dell'esistenza di un essere umano, reiterare con il montaggio quei secondi infiniti che separano la vita dalla morte, mentre il corpo cade inesorabilmente fino all'impatto con l'acqua. Immaginare ciò che non si può, ovvero dove possa andare il pensiero dell'uomo in quegli stessi istanti. Sono quesiti ai quali non ci è dato rispondere. In un'epoca in cui siamo abituati a farci sbattere la morte in faccia quotidianamente dai media, "The Bridge" è un film che fa riflettere. Tanto sul suicidio in sé, quanto sui limiti che il desiderio di cronaca dovrebbe porsi.

[iCine]

 

L’inizio di The bridge -Il ponte dei suicidi, ispirato all’articolo Jumpers di Tad Friend, è qualcosa che non si dimentica facilmente: siamo sul noto ponte Golden Gate di San Francisco, una mattina qualunque, tra gente che va in bicicletta, altre persone che si divertono a fare surf ed auto che passano in fretta sulla strada; poi, improvvisamente, un signore appoggiato alla ringhiera, pensieroso, volge lo sguardo verso il panorama e si getta nel vuoto, provocando non poco disagio nello spettatore che rimane ad osservare allibito.Infatti, i protagonisti del documentario shock di Eric Steel – in passato produttore di titoli come Le ceneri di Angela e Al di là della vita – sono i ventiquattro suicidi susseguitisi nel solo 2004 sulla spettacolare costruzione che, avvolta nella nebbia, si presenta con aspetto decisamente minaccioso.
Storie di individui comuni che vediamo immortalati proprio nel momento del folle gesto, e di cui apprendiamo notizie attraverso le dichiarazioni di parenti e conoscenti, al fine di mostrare esplicitamente di cosa sia capace l’animo umano quando attraversa il più oscuro dei propri percorsi, ma anche di lasciar emergere la non curanza della sicurezza, talmente ignorante nei confronti di tali azioni da associarle ad una qualsiasi quotidianità del posto.
Le giuste premesse, quindi, per un’opera che farà scuramente parlare molto di sé, nel corso della quale il continuo accavallarsi d’interviste ai conoscenti dei suicidi, però, rischia alla lunga di ledere il ritmo di narrazione, rendendo il tutto monotono e, soprattutto, conferendo all’insieme il look di un lungo servizio giornalistico sulle morti in relazione al Golden Gate.
Ma, come già accennato, la vera forza del prodotto è racchiusa nell’argomento, trattato con una attenzione e ricostruzione delle disgrazie tali che il racconto delle varie storie delle vittime, protagoniste di una tragedia chiamata vita, trasmette l’impressione di trovarsi dinanzi alla biografia di diversi personaggi famosi.E, per il regista Steel, un discorso a parte lo merita il povero Gene, tipo dai lunghi capelli neri e dalla vita sentimentale travagliata, simbolo di questo documentario che non vuol dimenticare le vittime del Golden Gate.

[Chi Ama Roma]